Non aveva la bocca di rosa e non metteva l’amore sopra ogni cosa: Aveva la bocca di fuoco e il cuore a portafogli, ma se gli parlavi ti scioglieva improvvisa, come la neve sul Vesuvio.
Viviamo in una società, dove è più facile violare le leggi che rispettarle. E se sei un tossico, una puttana, un ladro o un assasino, il luogo di ritrovo è sempre lo stesso, un albergo d’aria e un letto di cemento dove perfino i sogni dormono.
L’ho conosciuta, in fila, mentre aspettavo il mio alloggio. Aveva il sorriso invincibile di chi ha sofferto, la furbizia della strada, una voce ruggente e gli occhi imprigionati nel nero di una matita. In quel caos, in quelle grida di paura e di attacchi di panico, conservava la calma, come un mare sa conservare i suoi tesori. Attendevamo senza attesa, e le parole ingannavano il tempo, mischiate ai secondi, ricucivano il passato.
Era nata in Brasile, in qualche baracca di San Paolo, cresciuta a pane e miseria, tra dischariche e narcos, camminando in scarpe di plastica e con gioielli di latta, per sognare l’Italia, vendeva la sua giovinezza. Cani, porci o uomini, non faceva alcuna differenza, quando chiudeva gli occhi, la speranza metteva le ali allo schifo, e con esso volava lontana.
Come tutti partiva, non per partire, ma per ritornare.
Pochi stracci e qualche soldo, attraverso “ultimi sforzi”, era giunta sana e sconvolta in questo stivale, stretto per chi lo indossa, e affascinante per chi lo osserva dalla vetrina del mondo. Da cameriera a barista, da operaia a parrucchiera, la paura della strada gli si era dissolta, tant’è che si era concessa anche all’amore di un uomo. Ma, tradita, violentata, derisa, picchiata, diffamata, dalla gelosia e dalla bestialità, senza più una casa e un lavoro, rassegnata e preda dell’angoscia, persa e sola, quella paura non si liberò di lei e così, all’angolo dove si concedeva, fu arrestata.
Mentre mi raccontava, non c’era nostaglia, non aveva rimorsi nè dolore, raccontava come i vecchi, come se la sofferenza l’avesse invecchiata e nel contempo resa così saggia da non poter soffrire più.
Ingannata l’attesa, le parole non ingannarono il destino. Condannata a qualche anno di reclusione per aversi venduta, mi aveva confidato che per chi non ha più aspettative dalla vita, la prigione può essere qualcosa di bello, e lei se lo figurava come la fine del suo travaglio, l’ultimo giro prima di ritornare.
A qualcuno, il male si attacca alla vita come una calamita: In quelle lettere c’era un disagio, che io pensavo fosse dovuto a quella condizione, c’era tutta la disillusione della giustizia, la voglia di finirla che scambiavo per voglia di libertà, e rileggendole, con il senno del poi, tra le righe mi accorgo che c’era un solo desiderio: Il desiderio di essere salvata.
Continuata ad essere violentata, a turno, prima dai secondini, poi dagli altri detenuti, con le mani scavate dalle lacrime, intrecciò le lenzuola come fossero capelli, come una carezza le legò al collo, e senza nemmeno scalciare abbandonò il suo corpo.
Lei si chiamava Sandro, per la legge era un uomo, per alcuni una puttana, per altri un depravato, per me, e spero anche per voi, era solo un essere umano.
Il ricordo di un tatuaggio
mi tormenta.
Occhi grandi,
quella spalla seminuda,
quel sorriso
che mi ha messo l’anima in rivolta.
Ricordo poco,
eppure solo dall’aria
saprei riconoscerti.
Fiorivo in quel caos
di parole taciute,
eri al mio fianco disinvolta
come se una vita ci unisse.
Non so chi sei,
so che passo in rassegna le spalle delle altre
e mai che si trovi quello che si cerca
So chi sai essere in questo momento:
Una sconosciuta dagli occhi belli,
come il sole di Napoli.
Erano giorni vuoti, mancavano le risate. Mancava la tua voce, il tatto dei tuoi occhi, mancavano le tue mani. Era tutto cristallizzato in un vorace silenzio, un silenzio arioso, recitativo, un silenzio odioso, un silenzio d’attesa. Un silenzio che non concedeva spazio, nemmeno ad un vaffanculo.
Appoggiato al vetro di una finestra, squadravo il rettangolo di cielo che i tetti mi lasciavano. Raccoglievo le nostalgie dal fogliame dei ricordi e sfamavo la terra gelata, con il calore della speranza. Avevo chiuso gli occhi per guardarmi dentro, per capire chi la spuntasse in quella guerra dichiarata, tra orgoglio e volere; Finii per addormentarmi.
Al mattino trovai un messaggio, parlava di un sogno:
Eri in gita a Berlino, e insieme alla classe stavi scendendo con qualche mezzo al di sopra di un fiume, il più importante. Io ti avevo lasciata. Ti affacci ad un finestrino e mi vedi sulla riva del fiume , in piedi, a leggere. Ero completamente baciato dalla luce del sole, quella tiepida del tramonto, tra turisti sparsi qua e là, e ogni tanto staccavo lo sguardo per mirare il paesaggio, senza potermi accorgere di te.
Ho sentito quella luce penetrarmi, mascherata da brividi. Se chiudevo gli occhi, c’era quella immagine, quei colori sfocati che anticipano la notte, e non ti nascondo che li chiudevo volentieri, che cercavo la scia di qualche battello per risalirlo e trovarti. Non ti nascondo che ho sognato il tuo sogno.
Il volere l’aveva spuntata, il fremito di averti perso ammattiva l’orgoglio, sbucciava la corteccia dura della rabbia e mi mostrava il suo frutto nudo, dal sapore amaro di cui si nutrono i rimpianti.
No, non potevo avvelenarmi con la tua assenza. Non potevo rischiare l’azzardo della rassegnazione. Mi mancavi, e la tua mancanza si ripeteva viziosamente,fastidiosamente come quando non hai da fumare e tutti intorno a te fumano e non puoi chiedere una sigaretta.
Non ci ho pensato troppo. A pensarci troppo, nulla succede. Ti ho chiamata. Non mi hai risposto. Ho riprovato. Non volevi rispondermi. Alla fine hai ceduto, come ha ceduto l’argine contenente le tue lacrime.
Ci siamo rivisti. Ero in ritardo come al solito. Il cielo ricoperto di nuvole, sembrava un volto pieno di nei.
Mi hai sorriso, e ho sentito strattonarmi il petto. Ti ho portata a passeggiare tra le vetrine addobbate, dove le strade riflettono le luci. Siamo entrati in libreria, e lì ognuno per conto suo, ognuno perso con quei piccoli mondi in mano che sono i libri. Suonava una fisarmonica, ti ho guardata senza disturbarti, tu stavi sfogliando un libro, eri assolta e lontana, avevi gli occhi belli, quelli che solo chi legge ha. Ho rimesso l’attenzione sul libro, tu hai fatto lo stesso, mi hai guardata e sono impazzito.
Da fuori la pioggia accarezzava i vetri, la sera galleggiava nel freddo, tutti gli altri affrettavano il passo. La luna era un apostrofo biancastro che elideva il buio dal viale.
Mi hai preso la mano e con l’altra mi hai aggiustato la sciarpa, poi hai fatto lo stesso con l’anima, baciandomi.
Riprendemmo a camminare, mi parlavi di Edera, una ragazza bolognese, impavida nello sfidare il liquame fascista, a difendere la propria terra, nel rinfacciare a quei porci che anche una ragazza, li faceva tremare. Ebbi un sussulto. Nelle tue parole risuonava la sua fierezza. Ed ho pensato che forse la memoria serve da monito, che ricordarla ogni tanto, serve a scacciare via quei fantasmi fetidi, ad innaffiare tutti quei bei fiori che hanno combattuto per noi; Sapevi sorprendermi sempre, in ogni passeggiata.
Il lento cammino, ora, prendeva il passo veloce del ritorno. E fu così che ci ho visti allontanare, mano nella mano.